“consiste in una affermazione paradossale o in
un racconto usato per aiutare la meditazione e quindi
“risvegliare” una profonda consapevolezza.”
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Come descrivi un cibo potendone sentire solamente l’odore e senza poter citare qualsiasi altro alimento?
Questo è il Koan che ho ideato. Quasi sicuramente non hai trovato una soluzione all’enigma, ma non è questo l’importante. L’obiettivo dell’esercizio è fare la stessa cosa, ma questa volta il cibo da mangiare è il tuo io… Devi descriverti togliendo ciò che ti si appiccica addosso. Vedrai che non sarà semplice…
Di seguito il mio tentativo, con “errori” commessi nella stesura per farti capire cosa non devi scrivere:
Mi chiamo Luca Pastore ho 21 anni, sono nato in Italia. Come mestiere faccio il giardiniere ma vorrei cambiare vita. Mi piace la Boxe e gli sport da combattimento in generale, inoltre mi piace viaggiare e leggere. Quando sono solo voglio stare in silenzio e guardare cosa succede intorno a me. Adoro uscire di casa la mattina presto con ancora il buio e le strade deserte, ritengo la solitudine un dono. Non voglio veramente parlare con sconosciuti in treno o in bus. Scelgo sempre la notte rispetto il giorno, quest’ultimo mi infastidisce e mi irrita l’animo. Sono un essere vivente che sente il bisogno di essere estremamente libero.
Pensavo di essermi tolto tutto di dosso. Poi ho continuato a scavare, e ho scoperto quante etichette avevo ancora addosso senza saperlo.
Quando sono completamente solo, sicuro che nessuno mi vedrà mai, non faccio nulla di particolare. Ma quando c’è qualcuno intorno, anche qualcuno che conosco, voglio andarmene senza motivo — e se il motivo non c’è, me lo invento. Me ne vado fisicamente. L’unico posto dove riesco a farlo senza dover giustificarmi a nessuno è finire di lavorare. Se il lavoro non esistesse come scusa, le gambe mi porterebbero comunque nello stesso posto: la mia stanza.
Una volta dentro, porta chiusa, prima di ogni altra cosa mi gratto le palle, prendo il telefono, scrollo Instagram. Mi sento in colpa per non essere produttivo al 100%. A volte mi addormento per la fatica.
Quella colpa ha una voce, e per un attimo ho pensato di conoscerla: le aspettative delle altre persone, costruite su misura dal capitalismo. Sembrava la risposta giusta. Poi ho capito che era ancora un’etichetta — solo più elegante di “giardiniere”. Il capitalismo, le aspettative, il sistema: sono vere, ma restano fuori da me. Non stavo cercando un’analisi. Stavo cercando una faccia.
Quella colpa che arriva mentre scrollo, sdraiato — ha una faccia?
Non lo so ancora.